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Associazione Griselda
GriseldaScrittura

“Noi, singolari e plurali,
noi, con un diffuso
bisogno di raccontare e
di raccontarci
per comprendere e
delineare l’identità
per fissare e
tramandare la memoria
vogliamo
esplorare l’identità di genere
riflettere sulla specificità
maschile e femminile
allacciare relazioni
materiali e simboliche
tendere fili, forti e sottili,
per tessere trame di rapporti
accostando colori
di culture diverse”

Sandra Landi (presidente Scuola di Scrittura Griselda)

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 Cultura


Il Presidente

- Sandra Landi
- Gli incontri
- Un racconto

- Curriculum [.pdf]
- Curriculum [.rtf]

- presidente@griseldascrittura.it

Sandra Landi

Mi chiamo Sandra Landi e sono nata a Certaldo l'8 giugno del - direbbe mia figlia - "lontano" 1947. Si', mi sono presa subito un bell'impegno: nascere a Certaldo per qualcuno che vuol diventare scrittore, e' proprio una bella sfiga: il meglio che possa capitare e' arrivare secondi! Dopo la laurea in Materie Letterarie all'Universita' di Firenze (1970), ho cominciato a studiare e a leggere davvero. Forse ho anche insegnato qualcosa a qualcuno, visto cha da allora ad oggi, come docente e come dirigente, di scuole ne ho viste parecchie. Ho pure fondato una scuola per genitori e una scuola di scrittura, mi manca quella per cani per completare lo spettro della scolarizzazione di massa. Del 1977 e' il mio inequivocabile capolavoro: mia figlia Silvia. E il nome non e' casuale. Anche quello del cane: Virgola. Ho arrabattato per diversi anni cercando di fare in modo dignitoso la madre e la moglie, la figlia e la sorella, continuando a coltivare - insieme all'orto - interessi letterari e antropologici.
Risultato: una perenne sensazione di fuori luogo, mi sembra sempre di dover essere da qualche altra parte. La ricerca mi intriga, la scrittura mi affascina; cosi' dal 1979 ad oggi sono uscite diverse opere di saggistica: antropologia e didattica dell'antropologia.
Raccontare gli altri per non raccontare-raccontare me, e' un gioco di allusioni e di rimandi, uno "specchio di Alice" che mi e' sempre piaciuto. Poiché le fughe nella scrittura creativa e dedicate ad amici: e' un qualcosa di molto intimo che ho sempre pudore a mostrare. Il successo - come si suol dire - con la consacrazione televisiva e' avvenuto nel 1989, quando mi son ritrovata ben sette minuti del TG3 della domenica dedicati ad un mio libro La guerra narrata (Marsilio).
Non so nemmeno ora chi ringraziare, perche' - checche' si dica - la televisione fa vendere, e questa e' una cosa che, almeno a me, da' molta soddisfazione. Si e' scrittori non quando si scrive, ma quando i lettori pagano per leggerti. Ma il bello doveva ancora venire. Proprio in quel periodo, durante un seminario sui lavori delle donne, ho conosciuto Carla Corso, leader del "Comitato per i diritti civili delle prostitute". E' nato cosi' un sodalizio di ferro, un rimescolamento di carte fra "donne perbene" e "donne permale", da creare una confusione tale per cui non si riconoscono piu' le santarelle dalle puttanelle! Peggio per i benpensanti, contro i quali il nostro lavoro si e' rivolto. Insieme abbiamo scritto Ritratto a tinte forti (Giunti) per distruggere gli stereotipi legati al mondo della prostituzione e Quanto vuoi? (Giunti) per svelare il mondo dei clienti. Abbiamo avuto e abbiamo molti lettori in Italia e all'estero, e anche qualche minaccia. Non e' amato in questa societa' chi vuole scovare responsabilita' e connivenze. Anche per questo, dopo molti altri libri ed altre esperienze, ho fondato a Certaldo l'Associazione culturale "Griselda", per favorire la crescita di una cultura della diversita' e dell'uguaglianza - guarda caso - attraverso l'uso dell'arte della parola. Questo mondo non mi pace e vorrei cambiarlo, proprio con queste "armi".
Inoltre ho collaborato e collaboro a riviste di didattica e di antropologia.
Sono membro della Societa' Italiana delle Letterate e della Societa' Italiana di Antropologia.
Mi diverte molto sceneggiare per il teatro alcune delle mie opere e qualche volta lo faccio.
Ho iniziato il nuovo secolo con la fondazione di una scuola di scrittura, la prima scuola di scrittura di genere: per riflettere sulle specificita', capire la singolarita' e la pluralita' di questo mondo (non mi piace cosi' com'e' e vorrei cambiarlo), per tessere trame di rapporti, magari "a tinte forti", ma armoniche nella loro disarmonia.
In realta' e' una scuola di lettura, pero' non andate a dirlo in giro: non verrebbe piu' nessuno e sarei rovinata...
Vorrei insegnare l'amore per la lettura, vorrei insegnare l'amore per la parola, vorrei insegnare l'amore...
Ma io, chi sono? Con tutte queste pretese... e cosa sto facendo?...sto forse cominciando a darmi delle arie!
Allora è meglio terminare questo mio racconto di me.


- Gli incontri -

TONO

"Questa e' per te, tanto e' una bambina!" mi disse porgendomi una piccola bambola dalla chioma d'oro troppo lunga e troppo falsa, vestita di un'impubere nudita'.
Quei piccoli occhi immobili di plastica mi fissarono per parecchi mesi dall'alto dello scaffale, facendo capolino fra i libri, mentre io ostinatamente covavo l'amore che cresceva dentro di me e fu come se fosse stato sempre presente.
Tono entrava in camera mia alle nove del mattino preceduto dai suoi ossequianti "Parona!" rivolti a colei che giustamente considerava la vera regina della casa, dal picchiettare ritmico del suo bastone sempre nuovo e sorprendente con cui spesso m'improvvisava mirabili scenette, dall'odore di vino che sempre lo accompagnava.
Si piazzava in fondo al mio letto e insieme a Giorgio, a qualche poeta, pittore, critico d'arte, moglie di celebre poeta, mosaicista di passaggio ecc. ecc., organizzava le ore dei miei giorni interminabili da superbo regista, facendomi compagnia affettuosamente, ma senza darlo troppo a vedere.
L'"incidente" era successo proprio mentre stavo preparando una delle sue mostre e forse (chissa!) si sentiva un po' responsabile della mia forzata degenza; ma era un pretesto, la colpa era del mio strano essere, tanto forte e pur cosi' debole, tanto desideroso ma ancora impreparato alla maternita'.
Tono era uno di casa, sempre presente nei momenti piu' belli e inaspettati.
Una breve telefonata di Giorgio preavvertiva di poco il suo impetuoso arrivo e tutte le volte ci riservava qualche sorpresa. Un nuovo amico o paterni rimbrotti per qualche nostro presunto o vero piccolo misfatto: dall'insalata tagliata troppo fine, al tavolo di vetro che era troppo freddo, ad un piccolo ritardo non ben motivato, a qualche errata valutazioe politica...e via dicendo.
Mentre lanciava taglienti giudizi contro chi capitava sotto tiro e le bottiglie scendevano inesorabilmente, ogni tanto ci abbracciava tutti con sguardi sinceri, ma che sembravano volerci penetrare, leggere dentro.
La sua voce giungeva quasi inaspettata, troppo esile e dolce come se non fosse la sua, non proporzionata a una personalita' cosi' imponente.
"Ora facciamo la gara, ma tanto il mio e' piu' bello!"
"No, e' piu' bello il mio, e' piu' bello il mio!" gli trotterellava intorno Silvia brontolando crucciata e agitando i riccioli biondi, sventolava i foglietti spiegazzati pieni di infantili segni e disegni mettendoli a confronto con i suoi sempre mirabili ma ripetitivi quasi ossessivi graffiti e ghirigori.
Ora la potrona, nicchia da cui amavi farti abbracciare e dove sonnecchiavi dopo i pranzi consumati avidamente, infrangendo volutamente tutte le regole della borghese "educazione", sembra ancora aspettare il tuo fisico prorompente caro Tono, la tua barba da patriarca, gli occhi pungenti ed intelligenti, il tuo parlare padovano, il tuo amore per l'amore.
I mirabili svolazzi ci accarezzano ancora, vigili occhi amici, dalle pareti della nostra casa, ma il vuoto che ci hai lasciato è grande quanto te.


- Un racconto -

OTTAVIA

Dicono che fosse la piu' bella.
Dicono che avesse occhi di malva in fiore.
Cercavano donne alla cantina: cosi' combatte' per guadagnarsi quella liberta'.
Con tenacia e determinazione.
Erano esplose in quel corpo di bambina, lasciando esterrefatti gli uomini di casa, abituati a ombre di donna, remissive, come da secolare regolamento.
Ma lei era un misto di cocciutaggine e timidezza: parlava con lo sguardo e teneva in tasca le parole.
Lavorare in paese significava respirare un'aria che non puzzava di vacca e di fieno.
E le ciminiere correvano alte, nell'infinito, piu' dei cipressi del podere.
Dicono che avessi ciglia nere come farfalle notturne.
Dicono che avesse voce d'usignolo ferito.
Una sera, come tutte le sere, nel silenzio delle bocche affamate, balzò come un ceffone la sua decisione:
- Domani vo' a lavorare alla cantina.
E fu proprio la Pia ad essere la piu' sbalordita.
Sognava per lei una casa vicina e un ragazzone buono come i suoi sette figli: lavoravano da dio quella terra ossuta e non avevano albagie per la testa.
C'era solo la voglia di sfamare lo stomaco e il cazzo: le donne si sa, servono a questo.
Si', Ottavia si era accorta che il padrone l'aveva subito penetrata con lo sguardo, ma non seppe chiedere perche' quando le ordinò di restare, quella sera, alla fine del turno.
La paura afferro' come una morsa quel corpo di ghiaccio e una pietra le conficco' il ventre, con arroganza.
Il fiato del sigaro ansimante si impiglio' nel tanfo di vinaccia - puzzo e ancora puzzo - e il dolore si fece abisso - rosso e ancora rosso - e neppure un grido usci' dalla bocca spalancata, quando attraversò il velo di quella sera che era gia' notte, squarciata, all'improvviso da rantoli di luna.
Dicono che quando mori' avesse in tasca un pesciolino d'argento.
Dicono che avesse impigliata nei capelli una rete di sogni, mentre l'acqua del fiume riportava, cullandolo, quel corpo di fata.